Stiamo andando sempre peggio

Quante volte lo diciamo. Quante volte lo sentiamo dire ogni giorno.

Nel momento in cui le cose non ci paiono andare per il verso giusto ognuno di noi pensa che 'stiamo andando sempre peggio'

Questa affermazione ci fa sentire a posto con noi stessi e con il mondo intero.
Legittima qualsiasi imprecazione o azione si decida di fare.

Ma quando la dico sento di mentire.
A me stessa soprattutto.

In generale stiamo andando dove si è deciso di andare. In senso fisico e letterale.
Se decidiamo di seguire l'onda, di restare in questo mondo civile, allora prendiamo la direzione in cui va l'intera società.

E questo è certo, perchè se invece di desiderare una casa, invece di pensare a guadagnare per andare 'almeno in ferie una volta l'anno', se noi vogliamo possiamo scegliere di fare i 'senzatetto' e fare l'autostop fino in uno stato dove aggregarci ad un villaggio di pescatori nel Nord, o in una giungla africana.

Sostanzialmente siamo liberi.

Tutte queste cose comportano dei rischi, dalle prime alle ultime. 

Ma culturalmente siamo adeguati a considerare alcuni come rischi accettabili, altri inacettabili e difficilmente opteremo per le scelte che li comportano.

Quindi decideremo il modello di vita che ci pare più 'normale', cercheremo un lavoro e di creare una famiglia, di avere una casa e una macchina, di andare al ristorante e in vacanza come ci dice il modello da noi scelto.

Ma NON è l'unico modello possibile.

E questo mi turba. Potrei scegliere un'altro stile di vita.

Ma non qui, ci dicono. Non nel mondo conquistato da 'questo modello' di società, che ci vuole tutti sull'attenti a guadagnare soldi da regalare alle Multinazionali.

Ecco il riassunto delle nostre vite: abbiamo lavorato per far guadagnare le multinazionali. 

Ad oggi non trovo che questa società ci dia altro.
Per questo mi chiedo se non è forse il caso di combiare noi il senso di questa esistenza. Di decidere noi dove andare. E di farlo proprio qui, dove da più tempo impera questo modello di società.
 
Da anni ho intrapreso personalmente una politica contro corrente: non compro quello che costa meno, quello che meglio reclamizzato, ma compro quello che viene prodotto sul mio territorio; quindi ciò che danneggia di meno l'ambiente, ciò che è prodotto da miei concittadini o perlomeno da italiani.
 
Voglio che i miei soldini restino qui in zona, così, chi li ha avuti, può spenderli anche lui tra di noi, e magari nella mia bottega, se saprò creare il rpodotto che piace. 

Ben vengano gli scambi tra culture, ma scambi tra prodotti originali, non un 'pancake' cinese venduto a New York come a Milano, questo no.
 
Voglio che quando torno a casa non devo buttare nella spazzatura 1/3 di quello che ho comprato tra imballi, sacchetti e confezioni varie; voglio che quanto compero non abbia inquinato o abbia inquinato il meno possibile prima di essere utilizzato.
 
Voglio che la gente riprenda il gusto dello scambio, il gusto della società, il gusto di sorridere ai clienti, di salutare, di vivere...senza il fiato sul collo.

Si, anche i ritmi serrati fanno parte del sistema, il tempo deve essere poco, per parlare insieme, per raccontarsi, perchè altrimenti si può diffondere l'ottimismo. 

Fare questo comporta notevole fatica perchè spesso non si concilia con il portafoglio ne con il tempo che posso dedicare agli acquisti, ma intendo trasmetterlo anche a mio figlio nella speranza che diventi una consuetudine. Credo che volendo far girare diveramente le cose, volendo che le cose 'vadano sempre meglio', non possiamo non capire che gli affari dobbiamo concluderli tra di noi, senza sperperare i pochi denari che riusciamo a spendere.

Ci vorrà tempo, ma si può cambiare verso, anche restando a casa propria, e potremo finalmente dire: 'Stiamo andando sempre meglio!"

 

 

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