Utilizzando questo sito si accetta l'uso dei cookies per scopi statistici. Maggiori info su
Banner
Text Size
Banner

Due chiacchiere con Enrico Testa, Capo Redattore della Redazione Calcio di Raisport

Enrico Testa, classe 1970, è il Capo Redattore della Redazione Calcio di Raisport.

Ha cominciato la sua carriera a Ferrara, città nella quale ha vissuto a lungo e città della sua famiglia, con alcuni giornali locali prima di collaborare con la "Gazzetta di Ferrara". Da lì è passato a "Paese Sera", poi al Tg3 e infine a Raisport.

Nel frattempo ha lavorato anche per "La Voce", "La Stampa", "L'Unità" e Telemontecarlo tra gli altri. Due anni fa ha pubblicato un poemetto dal titolo "L'Allenatore di lucciole".

E' stato il primo giornalista sportivo a vincere il Premio Ilaria Alpi con "Il nostro calcio libero", un reportage su una squadra di calcio di pazienti psichiatrici. A parte il lavoro, testa è letteralmente sfegatato per la Spal e per il suo pappagallo, Socrate, con il quale vive fin da quando era bambino. 

D:  Enrico ci racconti la sua carriera: quando e come ha scoperto la "vocazione" per la sua professione?

Se si può chiamare vocazione quella di scrivere qualsiasi cosa, a cominciare dalle cronache del Subbuteo per finire con quaderni, pseudo giornaletti con la squadra del cuore e queste cose qui molto presto. Direi fin dalla prima media. Ma giocavo in casa. Perché quando ero bambino mio padre lavorava a "Il Giorno" a Milano - per questo sono nato lì - e a casa nostra era facile incontrare mostri sacri del giornalismo.

In quegli anni "Il Giorno" era un grandissimo giornale, e scriveva gente come Brera, Nozza, Aspesi, Fossati, Malossini, credo anche un giovane (allora) Mura. Mi faceva piacere ascoltarli mentre io, all'epoca soprannominato "figurina" da mio padre stavo appunto lì a scartare pacchetti, a riempire l'album e a scrivere.

Poi, quando ci siamo trasferiti a Ferrara, la città dove è nato mio papà, la passione è cresciuta e siccome a scuola ero un disastro ovunque tranne che in italiano scritto ho cominciato a collaborare con "La Piazza" e con "Lo Spallino" del mio grande amico Sergio Gessi. Il giorno che ho deciso di lasciare la scuola visti i voti me lo ricorderò sempre. La mia professoressa di italiano, un vero e proprio personaggio a Ferrara, Saura Rabuiti, ci aveva dato un tema. Siccome era l'unica cosa che mi veniva bene lo feci in mezzora e poi cominciai a rompere i maroni a tutta la classe così lei, ormai disperata, mi costrinse a leggere una roba pallosa sul suo libro di storia.

Sorpresa dal fatto che da un'ora non mi sentiva più rumoreggiare si fece ridare il libro e scoprì che era diventato una sorta di romanzo ironico che le avevo scritto in ogni spazio vuoto. Cominciava così: "Qui giace il povero studente Enrico Testa...". I

n realtà io volevo fare questo mestiere ma detestavo la scuola. Non riuscivo nemmeno a stare fermo sotto il banco. Ero già stato bocciato tre volte, una persino alle Medie, ed ero un disastro in tutto tranne che in italiano. Ho avuto la gran fortuna di aver avuto un maestro in casa, mio padre, che mi ha insegnato tutto di questo mestiere e soprattutto ha accettato la mia decisione di mollare gli studi. In quegli anni, poi, avevo già cominciato a collaborare con l'allora neonata "Gazzetta di Ferrara" e guadagnavo pure bene perché mi davano dieci mila lire ad articolo.

Ne facevo un sacco perché per me era divertimento. Non mi sembrava vero di essere pagato per fare quello che mi piaceva e di non dovermi più alzare alle sette per andare a scuola. Scrivevo del Formignana, seconda categoria, dell'Argentana... del calcio dilettantantistico. Da lì, se si può dire, è arrivata la cosiddetta botta di culo.

Un mio amico, Oscar Ghesini, che non finirò mai di ringraziare, vinse una cattedra da professore e lasciò il giornale, per il quale scriveva di Spal. Il dottor Piccinini, il Direttore del giornale, altra persona alla quale debbo un ringraziamento grande così, mi aveva preso in simpatia e mi mise alla prova. Così da un giorno all'altro. Per me scrivere di Spal era una roba pazzesca. Lavoravo quattordici ore al giorno anche perché avevo dicissette anni, se non ricordo male, e mi divertivo come un pazzo".

D:  E poi come è arrivato alla Rai?

E' successo che a Roma - altro mio sogno fin da bambino quello di vivere lì, cioè qui, perché tutte le estati passavo tre mesi a Fregene, al mare da miei zii - riaprì Paese Sera. Io mandai il curriculum e nel frattempo con la Gazzetta avevo avviato il praticantato. Al Direttore di Paese Sera scrissi tutto, cioè poco, e aggiunsi: "Se mi prendete accetto di fare tre anni a un milione al mese e mi occupo di quello che volete".

Mi chiamarono per un colloquio che feci con Marco Madoni, oggi Caporedattore a "La Repubblica". Andò bene, mi presero e mi misero alla Redazione Spettacoli. Lì per lì ci rimasi male perché volevo fare lo sport ma oggi dico che è stata un'esperienza bellissima e che tante persone che ho avuto la fortuna di incontrare e di intervistare - da Bonolis, Paolo Rossi, Dario Fo e altri - mi hanno sempre dato qualcosa. Ancora oggi quelli sono stati gli anni più belli della mia carriera. Primo perché lavoravo con colleghi che mi hanno insegnato tantissimo, vorrei citare alcuni che sono rimasti amici come Giampaolo Roidi oggi Direttore di Metro, Marco Alcini che è Caporedattore centrale a La Sette, Stefano De Grandis ora inviato di Sky; secondo perché ero giovane e a Roma mi divertivo tanto anche fuori dal lavoro e terzo perché devo a quella esperienza tanto... e da tanti punti di vista. Purtroppo il giornale chiuse e da lì ho girato a caccia di contratti brevi per diversi anni ma anche quelle sono state quasi tutte belle avventure.

Da "La Voce" di Montanelli (mi occupavo anche lì di spettacoli) a Telemontecarlo (qui facevo servizi di calcio) fino a La Stampa, alla "Cronaca" di Verona (i peggiori mesi della mia vita!) e a L'Unità dove sono stato soltanto sei mesi a occuparmi di cronaca e politica ma mi sono trovato stupendamente con colleghi fantastici. Alla Rai sono arrivato con il primo contratto di due mesi (era una sostituzione estiva) nel luglio del '95. L'associazione stampa aveva fatto un accordo con la Rai per coprire i cosiddetti buchi estivi delle varie redazioni facendo lavorare i giornalisti che prendevano la disoccupazione. Io ero in quella lista insieme con altri di Paese Sera e prendevo il sussidio da circa un anno.

Mi chiamarono e mi misero in cronaca. Come sempre succede nella vita, nel bene e nel male, un giorno (era appena arrivata l'Annunziata come Direttore) venne fuori il famoso caso del bacio tra Andreotti e Riina. Io entrai nella riunione di sommario, quella a cui dal Direttore in giù partecipano tutti i capi, solo per dire una cosa a Federica Sciarelli con la quale avevo fatto subito amicizia perché io ero un ragazzino e lei era ed è ancora una persona carinissima sempre disponibile a dare consigli. Mentre entro lì  l'Annunziata stava letteralmente urlando perché nessuno era riuscito a rintracciare Andreotti per chiedergli un commento a quella notizia scandalosa e clamorosa.

A quel punto mi venne in mente che Marco Cristofori, all'epoca medico della Spal e figlio dell'Onerevole amico di Andreotti, poteva darmi una mano a recuperare il cellulare dello stesso Andreotti. Dico la cosa a Federica che mi incoraggia e mi consiglia di provare a chiamarlo registrando la telefonata. Cosa che faccio dopo aver avuto quel numero (ancora grazie a Marco Cristofori!) e Andreotti, forse un po' colto allo sprovvista, invece di rispondere con la sua consueta ironia e furbizia dà invece una risposta ambigua.

Io realizzo il servizio per il Tg3 e il giorno dopo "Il Corriere della Sera" fa un corsivo per fare i complimenti all'Annunziata scrivendo che "si vede la sua mano già nei primi giorni della sua Direzione" e cita quell'intervista ad Andreotti. A quel punto l'Annunziata mi chiama e mi dice che vuole che io resti al Tg3, che farà di tutto per farmi assumere e tante belle cose che se ci penso ancora mi girano.

Perché nè lei nè io sapevamo che c'era una lunga lista di precari e che, giustamente, non è che puoi assumere uno dall'oggi al domani senza fargli fare una trafila che dura (troppi) anni. Così, smaltita la delusione, era il 95', dopo altri tre anni al Tg3 passai a Raisport dove venni assunto - un po' da stronzo, lo ammetto, poi lo scrissi all'Annunziata quando divenne Presidente della Rai ricordandole le sue promesse andate in malora - nel 2004. E da allora sono sempre rimasto a Raisport".

D: Quali ritiene i suoi pregi e difetti lavorativi?

Onestamente non saprei dire. Dipende anche dalle mansioni. Nel senso che quando facevo l'inviato avevo un certo tipo di pregi e un certo tipo di difetti, ora da Caporedattore ne ho altri che dovresti chiedere a chi lavora con me.

D: Da ottimo ferrarese, poi "trapiantato" a Roma, che cosa rappresenta Ferrara per Lei?

Ho un rapporto strano con Ferrara. Perché non ci sono nato ma ci sono cresciuto e la mia famiglia è tutta di Ferrara , per questo se mi chiedobno di dove sono rispondo di Ferrara anche se nella carta di identità c'è scritto "nato a Milano".

A Ferrara ho fatto una parte delle Elementari, le Medie, una parte delle Superiori, ho avuto i miei primi amici che sento tuttora, le mie prime fidanzate, mi sono innamorato della Spal della quale sono ancora malato... Ferrara è la mia città anche se ci sono molte cose dei ferraresi che non sopporto e che secondo me non danno un'immagine reale della città che resta una delle prime dieci di Italia come bellezza

D: Quali i progetti e quali le aspettative lavorative future?

A dire il vero non ho grandissimi progetti. Spero solo di poter continuare a fare questo lavoro e che la crisi non arrivi anche qui perché, lo ammetto, altro non saprei fare. Ho solo un dubbio ma da anni. Non so se quando andrò in pensione vorrei tornare a Ferrara in modo da passare la mia vecchiaia ogni domenica al Paolo Mazza.

D: Che consigli potrebbe dare agli aspiranti giornalisti?

R: Uno solo: di fare questo lavoro nonostante oggi sia sempre più difficile e le prospettive siano decisamente poco rassicuranti se ci credono e se hanno talento.

A Ferrara ho diversi amici che secondo me dovrebbero fare i giornalisti ma le porte dei giornali non gli sono mai state aperte o quasi. E' questo è un altro limite di Ferrara. Essere provinciale, non aprirsi, essere una sorta di circoletto chiuso che vede con sospetto le novità.

E questo non fa crescere la città, ma nemmeno il dibattito e a mio modesto avviso anche il giornalismo locale che salvo alcune eccezioni è abbastanza normalizzato. Non voglio parlare di ragazzi o ragazze con i quali ho avuto la fortuna di lavorare in questi anni quando abbiamo riaperto "Lo Spallino" come Diego Stocchi Carnevali, Alessandro Orlandin o Stefania Andreotti perché li considero bravissimi ma chi legge penserà che io sia di parte.

Andando oltre, soltanto per un anno purtroppo, ho seguito da vicino gli articoli di una giornalista ferrarese che si chiama Daniela Modonesi. Ecco se io avessi la possibilità di assumere una collega della mia città affidandole compiti importanti come narratrice, beh Daniela la prenderei subito. 

Se Ferrara fosse meno chiusa e referenziale questi ragazzi farebbero le fortune di qualsiasi giornale. Ma mi fermo qui sennò divento polemico.

Permettimi solo di chiudere questa intervista con un bel Forza Spal! 

Nella foto: Enrico Testa nel suo ufficio di Rai Sport : una sorta di museo Spallino tra magliette, fotografie e gadget.


Arte Cultura e Spettacolo