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Cinema. “La cinquième saison” di Peter Brosens e Jessica Woodworth (2012)

 La cinquieme saison è stato indubbiamente il mio leone d’oro di Venezia 69. Nonostante avessi letto un accenno della trama, prima di entrare in sala non mi sarei mai aspettato un film così potente. La scena iniziale presenta i due protagonisti che avranno il compito di scandire le diverse stagioni e gli episodi della vicenda principale. Fred il gallo si rifiuta di cantare e il padrone cerca di motivarlo servendosi di una scadente imitazione dell’idioma dell’animale. La scena suscita un sorriso, ma sarà uno dei pochi che affiorerà sulle vostre labbra.

La prima parte del film è effettivamente spensierata e il candore del cielo ammira dall’alto il rincorrersi di due giovani innamorati nella foresta. E’ inverno, come ci annuncia una scritta sullo
schermo e l’assenza di foglie sugli alberi, e nel villaggio sono ormai ultimati i festosi preparativi per il consueto rito che saluta la stagione più fredda dell’anno per dare il benvenuto alla primavera.
La comunità è unita, tutti ridono e ballano e se qualcuno si dimostra violento nel linguaggio viene isolato.
 
Ma qualcosa va storto. La piramide di legna, altare predisposto per il sacrificio di Zio
Inverno, non ne vuole sapere di bruciare.
Da questo momento l’umore dei personaggi, gli episodi narrativi e la tonalità della musica
subiscono un’accelerazione lenta ma costante e inesorabile verso il dramma più profondo. La
natura si rifiuta di continuare il suo regolare ciclo, l’inverno diventa nei fatti perenne e i prodotti
agricoli sono solo un ricordo degli anni passati. L’equilibrio naturale si è rotto e l’animo umano
non impiega molto tempo a regredire. Il popolo diventa sordo di fronte alla razionalità e l’avidità
non gli permette di ascoltare il consiglio del filosofo forestiero, custode oltretutto di un figlio in
sedia a rotelle, che saggiamente vorrebbe dividere le scorte di cibo rimaste in modo da garantire
la sopravvivenza di tutti. L’homo homini lupus di Hobbes avrebbe dovuto insegnare qualcosa al
filosofo che solo quando la situazione si fa critica decide di tentare la fuga. Il cielo che sembrava
accarezzare il tenero e giovane amore in procinto di sbocciare tra la coppia di ragazzi diventa invece
apatico e indifferente. I dolci sentimenti lasciano il posto alla lotta e l’inseguimento giocoso diventa
una strisciante fuga nel fango.
Gli animali osservano indifferenti il collasso del villaggio ridotto alla fame. Ad introdurre l’episodio
più drammatico della storia ci pensano ancora una volta la strana coppia di narratori che finora
aveva aperto con simpatia ogni capitolo, Fred il gallo (o quel che ne rimane) e il suo padrone. La
soluzione finale adottata dal popolo è ovviamente quella di trovare un capro espiatorio, da colpire
celandosi dietro l’anonimato fornito da inquietanti maschere. E chi poteva essere la vittima se non il
razionale filosofo da poco arrivato nel villaggio?
La coppia Brosens-Woodworth alla regia inscena magistralmente la caduta libera della società
colpita da un evento insolito quanto futuribile. La natura si ribella all’uomo per metterlo alla prova
e la risposta che riceve è un vigliacco tentativo di colpire se stesso con il volto coperto e le orecchie
protette per evitare le grida provocate dal dolore inflitto. Tanti sono i messaggi che il film lascia
trapelare dietro le sue inquadrature. Carrelli che rivelano minacce nascoste, rallenty del volo degli
uccelli, inquadrature grandangolari in cui il movimento frenetico e la rabbia dividono la scena con
la tranquillità e la rassegnazione. Colonna sonora, montaggio, attori. In questo film ho adorato ogni
particolare alla prima visione. Un ulteriore esame probabilmente farà calare il mio entusiasmo, ma il
livello raggiunto da questo piccolo gioiello belga, che fonde Haneke con Shyamalan, resterà di certo
alto.
Il finale confonde e lascia spazio a mille interpretazioni. La speranza sanguina ma non viene
definitivamente uccisa. Con una citazione kantiana il filosofo, nel corso del film, aveva predetto
che “bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante”. Non ci resta che sperare
che, giunti al momento del nostro esame, il caos resti al nostro interno. E non esploda.

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Arte Cultura e Spettacolo