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Il Jazz di Marcello Rosa: amare, imparare e dimenticare

Giravo a vuoto, ormai da un quarto d’ora, per le strade di Crispiano, nel vano tentativo di trovare parcheggio: un record impossibile, considerato che nelle prime ore di ogni sabato pomeriggio i pugliesi sono tutti a casa a santificare il week-end. Il luogo dell’incontro era lì vicino, da quelle parti, eppure… non riuscivo a trovarlo.

Fu il vento a venirmi in aiuto: mi servì un suono soffuso e veloce, in lontananza. Non dovevo essere poi così lontano: decisi allora di seguire la scia delle note, imitando lo stile di “Poldo”, quando va alla ricerca – ad occhi chiusi – dei suoi adorati hamburger. Di lì a poco, infatti, ecco il piccolo cavalcavia di pietra e sotto, alla sua sinistra, la sala comunale. Ero arrivato.

Prendo la borsa, scendo dall’auto e mi avvio verso la porta a vetri. Apro e…vengo letteralmente investito da un gavettone di musica Jazz. In fondo alla sala, tra il pianista e la tromba, il Maestro Marcello Rosa: com’è diverso dalle foto che sono sul Web. Un cenno d’intesa e mi siedo, in attesa che finiscano le prove. Ma…forse – a questo punto – i più si chiederanno:“Ma chi è Marcello Rosa?”

Marcello Rosa è una delle più sensibili anime Jazz degli ultimi 60 anni: è trombonista, compositore e arrangiatore; è stato ideatore e conduttore di innumerevoli programmi radiotelevisivi per la RAI; è stato – e lo è tutt’ora – un infaticabile divulgatore del Jazz in Italia, tanto da incarnare perfettamente “The Gratest Italian Jazzman”, titolo che gli è stato conferito nel 2011 (dall’Associazione Culturale “Caffè Tripoli” di Martina Franca) per la sua infaticabile attività divulgativa.

Molte pagine, anche su Internet,  sono state scritte su di lui ma poco è stato fatto – in realtà – per rendergli voce. È questo il motivo del nostro appuntamento: la curiosità mi ha spinto a chiedergli un’intervista. La musica termina e, anziché aspettare che sia io a raggiungerlo (ne avrebbe tutto il diritto), il Maestro mi viene incontro e si presenta: ha una voce morbida e calma ed un quasi impercettibile, leggero ed elegante rotacismo (volgarmente detto “erre moscia”). È alto e i suoi occhi sono acuti e penetranti:«Ha un carattere forte» – penso tra me - «speriamo di essere all’altezza della situazione».

Ma il talento di Marcello Rosa è pari solo alla sua umiltà ed alla sua  generosità. Fin dalle prime battute, infatti, si rivela prodigo di dettagli, tanto che faccio fatica a stargli dietro, e dimostra – in più occasioni – una gentilezza ed un’umiltà (perdonate la necessaria ripetizione) disarmanti. Ma cos’è successo a questo signore dai modi così affabili e decisi? È stato dimenticato, rimosso e svuotato di ogni significato: in una società che, indipendentemente dallo “status” e dal livello di istruzione, rimuove sistematicamente il proprio passato (rinnegandolo e cancellandone ogni traccia) non c’è posto per quelli che vogliono raccontare. A volte sembra quasi che Lete, il fiume infernale dell’oblio, abbia invisibilmente avvolto la Terra, rendendo gli uomini alla stregua di “unità carbonio” vuote ed infinitamente sole, senza un “prima” ed un “dopo”.

Cosa si fa allora in questi casi? Si forza, per dirla come Jung, l’interazione tra i due livelli dell’inconscio: la memoria individuale e quella collettiva, prendendo coscienza – in questo caso – grazie alla testimonianza del Maestro.

Non ci credete? Non vi resta che fare esperienza, grazie al suo racconto, dell’amore per il Jazz: il perfetto esempio di razionalizzazione dell’entropia.


Maestro cos’è per lei il Jazz?

La spinta vitale, la linfa vitale (retorica a parte) della mia vita.


Il suo Jazz ha una freschezza straordinaria: dopo oltre 60 anni di carriera riesce ancora a creare una magia sempre nuova. Qual è il suo segreto?

Ma…il segreto…non è un segreto: è stata l’opportunità che ho avuto da bambino – o da ragazzo diciamo – di avvicinarmi al Jazz in maniera globale. Normalmente si comincia perché uno è appassionato di uno stile o di un altro: lo approfondisce, etc.

Invece io avevo avuto un’infarinatura musicale fin dall’infanzia: mia madre suonava il pianoforte e a cinque anni ha cominciato a farmi prendere lezione. Ho fatto sette anni di “full immersion” sul piano (non si parlava di Jazz ovviamente) fino a che… ho odiato la musica, con convinzione, perché avevo capito – nel frattempo – che quello era un tipo di insegnamento che mi portava ad una musica che non mi commuoveva più di tanto.

Quando poi ho scoperto, nel dopoguerra, l’avvento della musica americana, allora ho cominciato ad appassionarmi al Jazz (quello che veniva offerto). Ho avuto l’opportunità di ascoltare un disco che mi ha fatto completamente cambiare opinione, sulla musica: era il disco di un trombonista. Non sapevo nemmeno cos’era un trombone: andai a vedere sul dizionario (perché sull’etichetta del 78 giri, c’era scritto “Tal dei Tali…trombone”) ed ho visto questo strumento…strano. Quello che mi ha commosso più di tutto perciò è stato un suono: il suono del trombone.

Quando poi arrivò a Roma, per la prima volta, (nel 1954) il “Jazz at the Philharmonic”, che era un gruppo che – all’epoca – radunava i “vincitori” delle varie categorie ed i solisti più in vista del momento, ascoltai del Jazz fatto da un trombonista: Bill Harris era “il più grande” del Jazz moderno e…mi piacque da morire. Pochi mesi dopo ascoltai un altro trombonista (Trummy Young) che era venuto con il gruppo di Armstrong: il suo era un tipo di Jazz precedente (da un punto di vista cronologico) e…fu un’altra batosta. Dopo pochi mesi, tutto questo è successo nel giro di un anno e mezzo, ascoltai addirittura quello che le storie definiscono “il padre di tutti i trombonisti di Jazz”: Kid Ory.

Ho ascoltato perciò la storia del Jazz, fatto col trombone, al contrario: dalla più attuale a risalire, fino alle sue origini “primitive”.

Da quel momento ho acquisito una conoscenza globale  del linguaggio ed è per questo che non mi interessa la classificazione del Jazz in tradizionale, moderno e così via: è il Jazz.

Credo di essere stato, insomma, benvoluto dal fato: tutto questo mi porta a concepire un tipo di Jazz che la maggior parte dei miei colleghi non ha avuto la possibilità di conoscere.


…o che, delle volte, rifiuta …

Ma no…è perché purtroppo quando uno ha la fortuna di prendere tutto insieme…poi sceglie e fa la sua sintesi, no? Invece un altro, che sente, si appassiona (magari con anche convinzione) ad una certa cosa, si dedica a quel settore lì e tutto il resto gli sembra…strano; per me la cosa è stata diversa: ho avuto a disposizione tutto quello che volevo, nel campo del trombone Jazz.

Questa è, secondo me, l’unica maniera per poter suonare senza “paletti”: da una parte è, sempre secondo me, la via giusta, dall’altra è quella sbagliata, perché ti porta ad essere una “mosca bianca”.


Infatti le sue scelte artistiche sono sempre state coraggiosamente anticonformiste. C’è qualcosa che, potendo tornare indietro nel tempo, cambierebbe?

No. No. Assolutamente. Anzi…è l’unico risultato positivo della mia vita. 


Questo dimostra la coerenza delle sue scelte

Certo: quello che faccio lo sento veramente. Ho sempre detto poi che per suonare serve la predisposizione, che ti da il padreterno (e quello è un dono), unita allo studio; bisogna poi essere anche credibili per chi ti ascolta: potrei anche valere cinque, in confronto ad altri che valgono cinque miliardi, però il mio cinque…se è quattro...non mi piace. Se invece so che posso fare cinque e lo confermo….beh…sono io: mi devono accettare!


Questo viene ancora di più avvalorato dal fatto che lei ha avuto modo di suonare con alcuni dei più grandi artisti Jazz di tutti i tempi. Quale di questi è più vicino alla sua personale visione ed è riuscito a contaminarla, in un rapporto sicuramente biunivoco, perché poi nessuno viene soltanto contaminato?

È vero: ho suonato con moltissimi perché, avendo – fino adesso – vissuto per tanti anni, ho avuto la fortuna e la possibilità di conoscere molta gente (che ormai non c’è neanche più) e di lavorarci insieme. Questa fortuna è stata determinata proprio dal fatto che avevo l’elasticità necessaria per poter suonare con questi artisti. Non si parla di bravura, lo ripeto: è soltanto che, se uno parla una certa lingua…si trova bene con chi parla la stessa lingua, altrimenti…è tutto inutile ed il dialogo è limitato.


Quale di questi le ha dato di più Maestro?

Uno dei primi è stato Lionel Hampton, oltretutto mai calcolato nella giusta misura… dall’Intellighenzia, che poi…non è molto “intellighente”. Ma ci sono stati anche tanti altri: sono stato, per più di trent’anni, amico di Tony Scott (perché viveva in Italia) e da lui ho imparato tutto; con il trombonista di Armstrong, Trummy Young, c’è stata un’amicizia durata 25 anni, suonando insieme.


Un’ultima domanda: quali sono i suoi progetti per il futuro? C’è qualcos’altro di cui si sta occupando, oltre al progetto di musica d’insieme dei “Bluestrano”, che sta curando in Puglia?

È normale avere dei progetti: il problema è…se te li lasciano realizzare, perché non possiamo decidere una cosa e farla. Ce ne sono tantissimi: non saprei nemmeno che scegliere, perché a me piace organizzare delle situazioni diverse, suonare con musicisti diversi e non fossilizzarmi su formule, su organici. Mi piace suonare dei pezzi miei: non per vanità, ma perché – dopo anni ed anni – preferisco suonare su un argomento che conosco. Se l’ho fatto io lo conosco di più, no? Non riesco a parlare di un argomento che conosco superficialmente. È anche per questo che sono stato tra i primi a fare della musica originale: potrebbe anche non essere molto originale, dipende dall’ispirazione, però…il tentativo è sempre stato quello.

Una volta mi dissero:«Devi suonare i classici». Ma perché? Il classico è quello che faccio io. Tanti anni fa mi chiesero una definizione del mio modo di fare Jazz: la mia risposta fu “amare, imparare e dimenticare”. Questo è esattamente quello che sento: ho amato ed amo il Jazz, penso di averlo imparato – perlomeno spero (per le cose che ho fatto) – e poi l’ho dimenticato, per fare una mia sintesi. Se piace sono contento, se non piace…purtroppo… uno non può cambiare.

È il prezzo ingiusto che spesso paga chi fa le cose con passione e con coerenza. Grazie maestro.

Grazie a te e a tutti quelli che avranno voglia di perdere un po’ del loro tempo per amare, imparare e dimenticare il Jazz.



“Amare, imparare e dimenticare”: ecco la formula magica!

Nel nostro piccolo ci vogliamo illudere di aver contribuito all’azione di ricostruzione della memoria collettiva nei confronti del M° Marcello Rosa, attraverso il recupero della memoria, rimossa – ad arte – da chi non può e non vuole comprendere. Ogni persona merita rispetto: quelle che hanno una buona storia da raccontare sono però – sicuramente – tra le più preziose.

Per questo abbiamo raccontato questa storia: per permettere a tutti di partecipare al godimento di un bene così raro e prezioso. Non è un caso che l’UNESCO, nei giorni scorsi, abbia dichiarato il 30 Aprile “International Jazz Day”, per festeggiare la gioia e l’interculturalità, rappresentate in maniera paradigmatica…proprio dal Jazz.


Arte Cultura e Spettacolo