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Ferrara: Chardin il pittore del silenzio

 

Chardin: il pittore del silenzio  

“Coglie la natura sul fatto”, osservava già Jean Bernard le Blanc in merito ai quadri del forse troppo poco noto pittore settecentesco Jean Baptiste Chardin.   

 

“Torna continuamente sui dettagli, senza mai esserne soddisfatto”, notava poi Cochin; “prende col pennello l’aria e la luce e li fissa sulla tela”, constata infine Diderot.

 

Tutto ciò è racchiuso nelle sale del Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che dal 17 ottobre al 30 gennaio 2011 ospita la prima mostra monografica italiana sul grande maestro francese.  

È un angolo finora nascosto di emozioni, quello che la mostra offre: appartenenti ad un secolo che i visitatori più e meno informati possono considerare “sepolto nelle polveri del passato”, assieme all’Illuminismo che corre in quel periodo, i quadri di Chardin riescono a resuscitare sensazioni sempre attuali. 

È questo il caso de “Il bambino con la trottola”, in cui lo spirito e l’innocenza di un bambino, settecentesco come odierno, si manifestano nella curiosa e totale concentrazione dei suoi occhi, che fissano il moto di una trottola sopra al legno di una scrivania non appartenente al nostro tempo.  

Prima di ritrarre figure umane, però, Chardin era stato definito “pittore specializzato in animali e frutta” dall’Accademia reale di pittura di Parigi, non troppi anni dopo i suoi esordi, quando ancora era probabilmente conosciuto solo come il figlio di un costruttore di biliardi. 

Appartenenti al periodo di tale riconoscimento, vi sono tele come “Gatto con tranci di salmone”, in cui, su uno sfondo sobrio e statico, il soggetto felino squarcia il silenzio che regna nel quadro. 

È solo nel 1733 che Chardin introduce nelle sue opere le raffigurazioni umane. Trionfano così capolavori coma “Bolle di sapone”, che la mostra offre, oltre che sulla locandina, anche nelle tre redazioni autografe. 

Un elemento che non subisce troppe modifiche attraverso tutte queste fasi, è la tonalità del colore di sfondo: se da qualcuno può essere ritenuto cupo, ad un altro osservatore può suscitare tranquillità. Non essendo certi di quale effetto volesse sortire l’artista, possiamo solo limitarci a notare come nel titolo descrittivo del quadro “Cesto di prugne, bottiglia, bicchiere d’acqua mezzo pieno e due cetrioli”, usi l’espressione “mezzo pieno” e non “mezzo vuoto”, potendone intuitivamente concludere in modo forse infantile e primitivo, che agli occhi dello stesso pittore non ci fosse nulla di cupo o negativo. 

Non tenere conto di come altri artisti prima di lui abbiano raffigurato stessi oggetti, è un’altra delle principali caratteristiche di Chardin. 

Da tutte queste tele, infatti, se c’è una cosa che non emerge, è la fame del mero successo, quanto invece della passione. 

Interessante a questo proposito è l’aneddoto dell’amico nonché biografo dell’artista, Cochin, riportato alla fine della mostra: 

“Un giorno un artista si vantava del suo metodo di perfezionamento dei colori. Chardin, irritato dalle chiacchiere di quell’uomo, al quale non riconosceva altro talento, se non quello di un’esecuzione fredda e curata, gli disse: «Ma chi vi ha detto che si dipinge con i colori?». «E con cosa allora?», replicò quello, stupefatto.  

«Ci si serve dei colori», rispose Chardin, «ma si dipinge con il sentimento»”.

Cecilia Gallotta

 



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Arte Cultura e Spettacolo