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Roberto Pazzi: Mi spiacerà morire per non rivederti più, la presentazione a Ferrara

 È un Natale passionale, quello a cui prepara Roberto Pazzi con l’uscita del suo nuovo romanzo; alle ore 18 di venerdì 3 dicembre, lo scrittore ferrarese ha presentato le 417 pagine da poco scritte, fra i diversi reparti della Libreria Feltrinelli di Ferrara. 

Mi spiacerà morire per non rivederti più, è il titolo: “un titolo fra l’eccessivo, l’emozionale e il dialogato”, dice Pazzi. Un titolo che, a differenza dei suoi precedenti romanzi, ha una sua musicalità, poeticità e in un certo senso anche “contabilità”. Due sono infatti le volte che il titolo viene citato all’interno del romanzo, così come due sono le storie d’amore che si articolano parallelamente.

“Tra l’imbarazzato, il sedotto e il perplesso – continua sorridendo Pazzi – rimangono gli amici quando alla domanda «Come si chiamerà il tuo nuovo romanzo?» rispondo: «Mi spiacerà morire per non rivederti più». Ed è esattamente l’effetto che volevo ottenere”.   

Si parla di eros in questo libro: di eros, non di amore, cioè di quella dimensione dello stesso sentimento in cui però è la componente spirituale che deriva da quella carnale, e non il viceversa. “i più grandi doni degli uomini vengono dalla follia” cita Pazzi un aforisma di età classica, “è uno di questi è l’eros”. 

La vicenda si apre nel 590, con lo scenario dei barbari in catene nel Foro romano, i bellissimi Angli il cui riscatto è conteso fra due cugini, uno dei quali, Eusebio,  s’innamora di Celeste, amante della figlia 

Ottavia. I due giovani innamorati fuggono da Roma, inseguiti dalle brame di Eusebio, che sembrerebbero placarsi con il matrimonio e la nascita dei figli dei due giovani. Ma tutto questo inseguirsi e intrecciarsi delle due storie d’amore, una omo, quindi, l’altra eterosessuale, è raccontato, ad un ospite in vacanza in un albergo, da un personaggio odierno, che approfitta di uno sconosciuto per potersi inventare una nuova vita da raccontare, sotto forma di romanzo, fingendo di averlo scritto davvero. 

È in quell’attimo che si articola tutto il cuore del romanzo, quindi: quell’attimo in cui una persona si spoglia dei ruoli che nella reale vita ricopre, quell’attimo in cui c’è “l’incontro”, e che ogni tanto chiunque sogna, quell’attimo che possa dividere la propria vita fra “prima” e “poi”, quell’attimo in cui ci si serve di una sconosciuto per poter esprimere tutto il lato dell’animo che vorrebbe esplodere, tutto ciò che i canoni della vita a volte non lasciano esprimere.

“Per fortuna la vita è fatta di questi attimi”, nota Pazzi, con emozione nella voce, “è 

fatta di follia, è fatta di eros. E riesce subito a smentire Schopenauer, quando diceva «Chi ha vissuto una giornata, le ha già vissute tutte»”, aggiunge, ridendo dell’eccessivo pessimismo del filosofo. 

“La chiave per capire questo romanzo”, prosegue, “è capire che in questo mondo non si possono vivere le cose se le si sapessero prima. È un desiderio che in alcuni momenti sfiora la mente degli uomini: sapendole prima, però, nel caso andassero bene, non le si gusterebbero più, e nel caso andassero male, indurrebbero al suicidio. Le cose le si riesce a viverle, quindi, perché ancora non le si sa”. 

I romanzieri, poi, non sono vittima della “dittatura realista”. I modi in cui veramente le cose sono andate, sia nella storia della propria vita, sia nella storia dell’umanità, sono uno degli infiniti modi in cui per un romanziere la vicenda poteva svolgersi: la mente di uno scrittore ha con sé la “teoria degli infiniti mondi”. 

Un verso di Saba che Pazzi ha inserito come epigrafe, ha confessato egli stesso alla fine della presentazione, voleva essere il titolo iniziale: D’amore non esistono peccati. Pensando a questo toccante verso come un “furto” al poeta, però, lo scrittore aveva successivamente pensato a Caccia reale, come alternativa.

“Il titolo finale per cui alla fine ho optato”, svela lo scrittore, accorgendosi dai mormorii della gente che la preferenza era per quest’ultimo piuttosto che per Caccia Reale, “mi è venuto in mente passeggiando per una via qui vicino. Era via della Luna”, conclude, “ed una via con un nome così, non può che augurare buon auspicio”.


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Arte Cultura e Spettacolo