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Udine: La mostra su Munch e l'arte scandinava nel secondo Ottocento a Villa Manin

 La luce del grande spirito del Nord

Da (La Rondine - 4.1www.larondine.fi/index.php.2011)

ImageF. Von Wright, Veduta di Haminalahti

La mostra su Munch e l'arte scandinava nel secondo Ottocento a Villa Manin

Lo spirito del Nord giunge finalmente in Italia grazie ad una lunga retrospettiva sulla pittura Scandinava del secondo Ottocento, allestita a Passariano di Codroipo, in provincia di Udine, presso la splendida Villa Manin. Munch e lo spirito del nord. Scandinavia nel secondo ottocento, inaugurata il 25 settembre 2010, resta aperta fino al 6 marzo prossimo.

Il piccolo borgo è una frazione del comune di Codroipo (15.000 abitanti), vi si giunge percorrendo l’Autostrada A4 Venezia-Trieste e successivamente percorrendo circa 15 chilometri nel bel mezzo della campagna friulana. La località è famosa per la straordinaria Villa Manin, dimora dell’ultimo doge di Venezia, Ludovico Manin; costruita nel 1650, venne rinnovata dall’architetto Domenico Rossi agli inizi del Settecento con la sopraelevazione del nucleo gentilizio, la costruzione delle barchesse (alti portici che partono dalla facciata) e la creazione dell’esedra: un ampio porticato di grande effetto scenografico a forma di ferro di cavallo che chiude il giardino antistante il complesso. Prima di ospitare Edvard Munch e gli scandinavi, le sue 350 stanze hanno ospitato grandi e diversi personaggi in un percorso circolare che lega la visita di Napoleone Bonaparte nel 1797 a quella degli Iron Maiden nel 2010.

ImageLa 
mostra, curata da Marco Goldin, si inserisce in un progetto dedicato alle Geografie dell’Europa e viene dopo una prima tappa costituita dalla rassegna sulle relazioni tra la pittura francese della seconda metà dell'Ottocento e la contemporanea pittura nelle nazioni del centro e dell’est Europa.
L’intento appare subito impegnativo: costruire il racconto di una storia che identifichi lo spirito del Nord con l’evoluzione della pittura in Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca, attraverso la creazione di un lungo percorso tra natura e problematicità della stessa che fanno della Scandinavia una terra che è luce e notte insieme, un meraviglioso catalizzatore per la ricerca del sublime nelle sue più numerose sfaccettature.

Il percorso, davvero ben curato, si snoda in una serie di rimandi che identificano le realtà dei quattro principali paesi scandinavi in un crescendo che introduce alla “mostra nella mostra” dedicata ad Edvard Munch, del quale sono esposte 35 opere.
I legittimi dubbi relativi all’allestimento e alla presentazione di un mondo tanto ammirato quanto sconosciuto sono stati fugati subito dopo aver visionato le prime stanze, allestite con chiarezza e con l’ausilio di pannelli informativi ben strutturati che guidano confortevolmente lo spettatore nella comprensione di un mondo magico e poco noto.

La prima sezione, dedicata alla golden age della Danimarca, ripercorre le tappe dell’evoluzione della pittura locale a partire dal 1850, quando i pittori cominciarono a intensificare le ricerche sull’utilizzo del colore prendendo a modello i meravigliosi paesaggi della zona settentrionale della penisola dello Jutland e giungendo ad una pura sintesi naturalistica densa di atmosfere liriche.

ImageEspressione di questo nuovo senso è Theodor Philipsen (1840-1920), maestro impressionista molto legato all’opera di Theodore Russeau, rappresentato da Giornata di tardo autunno al parco, 1886, splendida veduta del parco dei cervi di Jægersborg. 
Al lirismo di Philipsen si oppone nella sala successiva Laurits Andersen RingUomo seduto immerso nei suoi pensieri del 1899, i toni si fanno più cupi (apparente influsso caravaggesco), paradigmatici di un senso di solitudine reso mediante la ripresa dal vero della vita quotidiana secondo un canovaccio che Julius Lange nel 1889 definì come arte del ricordo. Algida e fluida, infine, è la sala dedicata a Vilhelm Hammershøi (1864-1916), maestro indiscusso della pittura danese nella seconda metà dell’Ottocento che si colloca all’apice di un percorso che nasce nella luce degli interni olandesi secenteschi, ma che tutto trasforma entro la misura di grigi infiniti, che talvolta virano sugli azzurri pallidi. I dipinti che raccontano la banalità e la semplicità della vita quotidiana sono splendide sinfonie di grigi quali: Interno, quattro stanze deserte e in prospettiva a cannocchiale (1914), e La casa dell’artista(1913).

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La seconda sezione della mostra è dedicata all’arte finlandese. Nella prima sala tre pittori, tre modi differenti di analizzare il rapporto uomo-natura: Ferdinand Von Wright (1822-1906), Veduta da Haminalahti 1853 (si veda sopra, in apertura dell'articolo), testimone di una natura splendida e sublime, che è insieme bellezza e grande ordine divino nella quale l’uomo vive la sua condizione solo, innanzi all’onnipotenza di Dio; Werner Holmberg (1830-1860), Primo mattino, 1958, creatore di un mondo in movimento caratterizzato da forti contrasti di luci e ombre; Fanny Churberg (1845-1892), Chiaro di Luna, 1878, una delle più importanti pittrici finlandesi, formatasi a Parigi e a Düsseldorf, autrice di una pittura fortemente espressiva, diretta e brutale, vivissima di emozioni.

ImageSubito dopo la natura, soggetti di vita quotidiana: volti e figure umane. Il simbolismo, ancora embrionale, di Hugo Simberg (1873-1917) con una serie di ritratti in cui la pittura è forte e disperata, caratterizzata da colori di terra e occhi scuri sospesi in una costante attesa; l’impressionismo vivo diHelene Schjerfbeck (1862- 1946), uno dei più precoci talenti dell’arte finlandese qui rappresentata da La Convalescente, 1888, una straordinaria autobiografia che si sostanzia nella malattia attraverso una pennellata perentoria e sicura.

Giungiamo quindi ad alcuni dei capolavori dell’arte finlandese: Akseli Gallen Kallela (1865-1931), narratore di una natura selvaggia, indomabile, illustratore del Kalevala, il più grande tra i pittori dell’epica finlandese. Il suo Imatra in inverno, 1893 è un capolavoro di violenza narrativa, il fiume in piena che travolge lo spettatore impazzisce, deborda, muove dal basso la natura con una forza prorompente creando un impatto che ricorda il tumulto circolare del cavallo nella boccioniana Città che sale, 1910; Helene SchjerfbeckLa Cucitrice, 1905, opera esistenziale, angosciosa nella solitudine di un forte senso di immobilità; Pekka Halonen (1865-1933), Il buco sul ghiaccio, 1900, straordinario lavoro post-impressionista (Scuola di Pont-Aven) esplorato nella narrazione di una semplice scena di vita quotidiana in cui il bianco appiattisce e smorza una pittura reale e semplice, fortemente simbolica. E’ un opera che annichilisce lo spettatore, fotografia straordinaria della semplicità e del sublime che connotano le radici della cultura scandinava.

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Lo spazio dedicato alla pittura svedese è diviso in due parti: una esplora il periodo intercorso tra la metà dell’Ottocento e il 1890, l’altra la produzione dell’ultimo decennio del secolo. La prima è probabilmente la meno interessante; non per la qualità dei lavori, bensì perché in essa lo spirito del Nord viene meno, mitigato dai contatti e influenze che i pittori svedesi desunsero dal resto del mondo europeo. In questo periodo, infatti, la Svezia intensificò notevolmente i rapporti con Francia e Germania: una colonia di artisti svedesi si trasferì a Düsseldorf dove da poco si era avviato quel dibattito sulla preminenza della luce e del colore sulla della linea che caratterizzò la vita artistica della città. Da queste premesse nacque una pittura realista, paesaggistica, caratterizzata dal meticoloso dettaglio e dall’utilizzo di temi religiosi e allegorie inserite nelle vedute. Un’arte bella, da salotto, che però non presenta elementi tipicamente indigeni. Quanto detto si evince dall’opera di Marcus Larsson (1825- 1864), allievo di Andreas Anchenbach, maggiore esponente della colonia svedese a Düsseldorf. In Paesaggio roccioso con cascate, 1859, sogno e realtà si fondono in un realismo seducente (molto amato dalla borghesia dell’epoca), paradigma di un’arte nata al fine di raffigurare la forza e la potenza della natura nordica come elemento da contrapporre alla ricca e antica eredità culturale dell’Europa meridionale.

ImageLa seconda parte, dedicata all’ultimo decennio del secolo, appare intensa, totalmente autentica. In questi anni si risveglia nel Paese un forte senso nazionalistico, i pittori cominciano a dipingere luoghi sconosciuti; è un ritorno alle radici culturali che si estrinseca nell’amore patrio, rappresentato dal rapporto simbiotico con la natura. Tra gli altri, Richard Berg (1858-1919), Karl Nordstrom (1855-1923), Prince Eugen (1865-1947) Acque tranquille, 1901, si fecero portatori di questo nuovo senso di pittura definita straordinariamente dal genio di August Strindberg: “Si doveva dipingere la propria interiorità e non disegnare frammenti e pietre che erano di per sé insignificanti, ma che potevano acquisire una forza espressiva solo passando attraverso il crogiolo della perfezione e del sentimento soggettivi. Per questo non si dipingeva più all’aperto bensì in casa prendendo spunto dai ricordi e usando la fantasia”.

L’ultima sezione è dedicata alla Norvegia: estasi assoluta del sublime, luogo in cui la prorompenza della natura avvolge la vita dell’uomo in modo tanto possente da annichilire ogni velleità di protagonismo. Nella prima sala: Johan Christian Dahl (1788-1857) e Peder Balke (1804-1887). Il primo, famoso in campo internazionale (lavorò anche in Italia La costa di Napoli con il Vesuvio in eruzione, 1920), padre della pittura di paesaggio norvegese, si formò a Copenaghen dove apprese la capacità di cogliere la bellezza delle lande desolate e incontaminate mediante un audace utilizzo del colore caratterizzato da netti stacchi tra luce ed ombra.

ImageIl secondo, potente visionario, genio incompreso del suo tempo, fu rivelatore di algide atmosfere nordiche caratterizzate da audaci sperimentazioni coloristiche nelle gamme fredde e fluorescenti: Paesaggio costiero, 1860-1869, Capo Nord al chiaro di Luna, 1848 sono istantanee fisse, immobili, che semplificano il paesaggio trattenendo le caratteristiche relative al veduto.

Nelle due sale successive campeggiano i lavori della Scuola di Pittura fondata nel 1859 a Christania da Johan Frederik Eckersberg (1822-1870). Amaldus Nielsen (1838-1932) punto di svolta del passaggio dal romanticismo al naturalismo; Christian Skredsvig (1854-18924), Sera di Febbraio con uno sciatore, 1895, che umanizza la natura adattandola al sentimento facendo sì che essa non sia solo entità perfetta in sé, ma anche spazio neutrale che accoglie la vita dell’uomo. 

Le ultime cinque sale sono dedicate alla “mostra nella mostra” di Edvard Munch(1863-1844) simbolo e catalizzatore assoluto dello spirito del Nord, pittore esoterico dell'amore, della gelosia, della morte e della tristezza come amava definirlo grande drammaturgo svedese August Strindberg.
Il percorso si dipana in un meandro di 35 opere che delineano, grazie ad un allestimento puntuale, gli aspetti salienti della vita e della la pittura del maestro norvegese: cinque sale dedicate ai ritratti, alle esperienze di vita, ai paesaggi, allo studio della natura, all’amore per il teatro, al dolore e al forte esistenzialismo che fanno di Munch uno spirito che non cerca una definizione naturalistica della realtà, piuttosto ne ricerca le dinamiche interiori che, in una continua espansione, determinano quello che poi ne costituisce l'essenza (A.G. Benemia, L’arte al nuovo, 2009).
Accompagnato dalle riflessioni filosofiche Søren Kierkegaard “l'angoscia è la vertigine della libertà” e dal teatro dell’amico Henrik Ibsen, Munch utilizza la propria arte come strumento di conoscenza dell’inconscio, riuscendo, più di chiunque altro, a dare un volto alla psiche moderna.

 

ImageVeglia, 1895, è un quadro fortemente autobiografico ripensato attraverso il capolavoro del dramma borgheseCasa di Bambola(Henrick Ibsen, 1879). Allo stesso modo in cui il protagonista Helmer fa calare il sipario sul dramma “Vuoto, lei non è più qui”, così Munch mostra l’uomo morto davanti alla morte, raccontando il dramma della perdita sorella con toni violenti di rosso fuoco che descrivono volti spersonalizzati in un dolore immobile, cavo, così sordo da apparire poco umano. Sera sul viale Karl Johan, 1982 prefigura concettualmente il celeberrimo Urlo, 1893. Una folla di uomini e donne borghesi, la cui umanità è rivelata solo attraverso i cilindri degli uomini e i cappelli delle donne, sfila sul più bel viale di Oslo per la consueta passeggiata serale.

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È una processione di fantasmi nella quale volti incavati restituiscono un’angoscia tale da apparire naturale premessa al vuoto cosmico interiore condensato nel capolavoro del maestro esistenzialista.
Il rapporto di Munch con la natura che non è mai sublime ma solo premessa dell’ineluttabile appare in Inverno nel bosco di Nordstrand, 1890 che il maestro norvegese accompagna in questo modo: “natura è lo sconfinato eterno regno che nutre l’arte.”

Infine Sogno di una notte d’estate. La voce, 1893 dove la natura diventa teatro, palcoscenico che consacra una giovane ritta fra tronchi d’albero che evoca laDonna del mare di Ibsen, creatura divisa e lacerata fra terra e oceano, inquieta, sfuggente e misteriosa, e Malinconia 1896, straordinario racconto dell’amore non corrisposto che si perde nello sguardo sconsolato tra i flutti.

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(La Rondine - 4.1.2011)


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Arte Cultura e Spettacolo