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Fischi di Merlo, di Matteo Bianchi, poesie

 Poesia: medicina, spirito, mistero, follia. Quanti altri vocaboli contiene la parola poesia, e quanti di questi non sono totalmente compresi dalle persone non abituate a sentire, né tantomeno a comunicare con il gergo criptico della poesia.

Eppure, anche solo la presentazione di una raccolta di poesie come Fischi di Merlo, di Matteo Bianchi, avvenuta martedì 10 maggio alla Biblioteca Ariostea di Ferrara, è riuscita a muovere un pubblico straripante di persone che, sicuramente non tutti scrittori, né poeti, hanno avvertito quell’irrazionale accendersi dentro di loro, quella parte di noi che nemmeno i poeti riescono a spiegarsi, ma che sono consapevoli essere il motore della loro anima collegata alla penna.

“Noi non sappiamo, quando scriviamo, in preda di chi siamo” afferma infatti chi di poesia se ne intende, Roberto Pazzi, presente alla presentazione. L’ispirazione è qualcosa di misterioso, e in qualche modo, di passivo. “Io non so se sai quello che fai, quando lo fai, ma lo sei”, aggiunge sorridente rivolto a Matteo.

La giovinezza dello scrittore, di appena ventiquattro anni, come nota Pazzi, potrebbe indurre a pensare quale presunzione possa essere quella di permettersi di usare uno dei più nobili strumenti dell’anima per asserire cose già dette

 dai tempi di Montale, come se si fosse i primi. “Meno male che esiste, questa sfrontatezza”, osserva Pazzi, considerandolo più coraggio che presunzione, “se non fosse per questa, la poesia morirebbe”.

In questa onirica raccolta, Ferrara può diventare il luogo dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Ogni

 quattro pagine, si alterna una fotografia di una via di Ferrara: partendo da via Assiderato, passando per via Buonporto (già Strada dell’Inferno), per via Porta d’Amore, e concludendo con via del Paradiso.

Un paragone non poi troppo azzardato è stato fatto tra il giovane Matteo ed Eugenio Montale, non solo per la figura dei merli ripresa in Ossi di Seppia, ma per le levigate astrazioni, per la rarefazione della parola, per l’ “esistenzialità” della poesia.

E, come scrive Matteo alla fine di un suo verso, “ […] come al disco in vinile manca una nota / o la ruota non si adatta alla strada, / così la penna alla carta, / alla schiena del merlo, / rovente si stacca.”


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Arte Cultura e Spettacolo