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Gli Anni Folli, Ferrara Palazzo Diamanti 11 sett./8 genn.

 Parigi, ville lumière: polifonia di espressioni creative, metafisica, ritratti immaginari. ‘Gli Anni Folli’, insomma.

Gli anni che seguono la grande guerra, gli anni che vedono Parigi come metropoli mondana e cosmopolita, gli anni che nella loro insicurezza fondono clima di rinascita a quello di sperimentazione.

Gli  anni che, dall’11 settembre 2011 all’8 gennaio 2012, il Palazzo Diamanti di Ferrara ha deciso di ospitare. In un viaggio onirico che va dal 1918 al 1933.

Il viaggio si apre con lo strascico dell’ultima fase di Renoir e Monet, maestri impressionisti ancora attivi, e si addentra poi nel più specifico ambiente internazionale e bohemiène di Montparnasse, una compagine di talenti stranieri, quali il giapponese Tsuguharu Foujita, che con il suo ‘Nudo disteso’, affianca in bianco e nero il famoso ‘Nudo’ di Modigliani, presente addirittura sulla locandina.

Tamara de Lempicka e Kees van Dongen si fondono nella cosiddetta art decò, una squisita combinazione fra attualità e tradizione. Il primo dopoguerra vede infatti un ritorno all’ordine, alla tradizione, alla stabilità. Se da un lato avere canoni tradizionali di riferimento può dare sicurezza, rileggerli in chiave moderna può simboleggiare forza e speranza in un futuro che può avere ancora la sua voce. Chiedendo qualche prestito al passato, ma mettendoci un pizzico di innovazione.

Fra gli italiani di Parigi troviamo Alberto Savino con ‘La nave perduta’, Giorgio De Chirico con ‘La fine del combattimento’, a seguire Nino Severini e Filippo de Pisis. Prima di approdare all’eclatante capolavoro tardo cubista di Robert Delaunay, ‘Tour Eiffel’.

Il viaggio trova il suo apice nella spettacolare e ipnotica sala che ospita nientemeno che, fra gli altri, Braque, Picasso e Juan Gris, che con i loro rispettivi ‘Il tavolino rotondo’, ‘Chitarra, bicchiere e fruttiera’, e ‘Arlecchino seduto’, creano un vortice di figure geometriche che criptano quelle che erano, forse, le loro più astratte emozioni. E sprigionano, perpetuando il loro incantesimo, quelle che sono le più astratte emozioni di ogni diverso visitatore.

Quadrati schematici. Nitidezza confusa. Regolare irregolarità.

“La follia è la gemella triste della poesia”, ha detto un famoso scrittore. Più che triste, in questo caso, enigmatica. Quand’anche qualcosa di triste ci fosse, i capolavori astratti appena citati, nel loro insieme riescono comunque ad esprimere al meglio lo spirito folle della poesia. Quello che trasforma i sentimenti più estremi, dalla passione all’insicurezza di una guerra che ha lasciato solo morte, in arte. Due immagini antitetiche come amore e morte, Eros e Thanathos, che unite riassumono quella che è la vita, quella che è l’arte. In fin dei conti, sangue e passione hanno lo stesso colore. Antitesi che trova la sua maturità nell’ultima sala, che ospita ‘Il bacio’ di Max Ernst e ‘Domani sarò fucilato’ (oltre al capolavoro ‘L’eco del vuoto’ di Dalì). Quasi a voler dire che in mezzo a vita e morte, ci sono le emozioni, criptiche, astratte, enigmatiche. E che cosa c’è di più enigmatico della poesia, in fondo. La follia, forse.


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Arte Cultura e Spettacolo