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Le parole "abusate" di Giovanna De Simone

 LE PAROLE ABUSATE 

"Questo giardino è un tripudio di piante grasse!", Mi dice la mia conoscente Terenzia all'entrata del mio cortiletto in cemento.

E sorride.

Anzi, prima mi guarda fisso e poi sorride.

Io mi appoggio barcollante ad un muro ed inspiro, piano, come ad inalare tutti i profumi di questa natura tripudante.

Che poi questa cosa delle parole, io dopo vent'anni ancora non sono riuscita ad accettarla.

Questa cosa dell'uso indiscriminato, incontrollato delle parole, che io tutte le volte che le sento buttate lì, queste parole, è come se fosse sempre la prima volta, il dolore acuto che mi colpisce nel centro della fronte, il ronzio nelle orecchie, la perdita per qualche minuto della parola, e uno che mi vede così silenziosa ed assorta pensa di aver fatto colpo con quella parola messa lì così, inaspettata, pensa che dentro di me io mi sto assaporando il piacere di quella frase ad effetto, qualcuno pensa sul serio" oh come sono acuto ed intelligente", glielo leggo dal sorriso di soddisfazione.

Qualcuno le ripete anche quelle parole "le melanzane sono un ortaggio che io amo", spalancando la bocca perchè con una A più grande si ama di più.

Lo ripetono ancora "io adoro le melenzane", sempre con la A aperta come una puttana, per dare più enfasi ai propri pensieri, o perchè pensano che io alla prima volta mi sia persa qualcosa, nella mia astrazione.

E poi anche lui mi guarda, e sorride pieno di gloria, non capendo lo sforzo che sto facendo per attutire il colpo ed evitare gli insulti, dopotutto io sono una signora.

Mah, penso, forse l'amore è un sentimento abusato, svuotato, forse si può amare la melanzana, il colore rosso, la musica jazz, il polpo in salamoia, i bambini, gli amanti, i mariti, i cani.

E io ogni volta che lo sento buttato così, l'amore, io sto male, perchè quella parola io me la tengo conservata in una scatolina rosa nel fianco destro, e solo ogni tanto me ne prendo un pezzettino e me lo metto sulla bocca.

C'è quest'altra signora per esempio, non è mica antipatica come signora, colta, raffinata, che descrivendo il nuovo arredamento del suo chalet di mare la butta lì, la parola: "sai Lucrezia, e poi ho fatto rivestire i pouf all'entrata con quel tessuto-non-tessuto, blu".

E che tipo di tessuto è? Se non è tessuto forse è carta, carta igienica, carta crespa, carta velina, carta da parati, carta assorbente, carta adesiva, carta casa, carta moschicida, carta da pacchi, carte da gioco, cartone, cartoncino, cartongesso...Ci sono 115 aggettivi per speficicare il tipo di carta usato per rivestire i puof d'entrata della signora Carli, quale bisogno esprime l'utilizzo di una parola che ha significato solo nella sua negazione?

O forse se non è tessuto è plastica, ferro, rame, pelle, sasso, materiale organico, capelli, e se non ha un nome lo si inventa, crepet, ecco, crepet potrebbe essere il nuovo nome per tessuto-non tessuto.

Che poi uno certe parole le usa mica sempre, ci ho fatto caso, ma vengono pescate apposta dalla memoria di televisioni e libri e discorsi di altri, per fare colpo, o per elevarsi nella discussione. E allora la mia amica Rosa di Casoria quando ci sono solo io mica mi chiede il permesso per entrare in una discussione, di solito entra a gamba tesa, ma se invece se c'è il bellissimo ingegner Mario è tutto un "permetti, posso dire una parola? Permetti se ti interrompo. Permetti, c'è il caffè", manco fosse una serva.

Che io poi alla notte non riesco a dormire con tutte queste parole buttate lì, senza pace.

Chiudo glli occhi cercando di perdermi in storie d'amore ed erotismo che mi confeziono all'occorrenza, e transito in quella zona come di ovatta, che non dormi ancora profondamente e comunque non sei del tutto sveglio, che non perdi del tutto il controllo di te stesso solo per alcuni fili, che la ragione tiene ancora tesi.

E allora sono lì che sto per abbandonarmi molle all'incoscienza e arrivano queste parole abusate che non trovano quiete, e mi chiedono redenzione.

Allora per esempio l'altra notte, quella del buongustaio ortofrutticolo, feci sogni erotici con melanzane succinte, viscidi polipi in frac e cappelli di paglia, in un tripudio di colori e cozze marinate.

E il mio sonno non fu, come dire, placido.

Perchè a me queste parole che sono buttate lì, così, a caso da certa gente, che a me a vedere una cretina che mi dice "perdonami, mi passi il sale. Perdonami, che ore sono. Perdonami...", a me fa male al cuore.

E allora le prendo queste parole, le raccolgo prima che muoiano in questa infamia con cui sono state abusate, le sollevo dal fango e dall'orrore e me le conservo in una stanzina azzurra che sta nel mio orecchio destro.

E poi quando sono da sola nella mia solitudine troppo rumorosa, io me le prendo quelle povere parole, le dico nel vuoto di ogni frase, e così loro ridiventano belle a loro stesse, e così io alla fine le lascio andare, così, con il loro senso rinato.


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