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Alina cerca casa

Novembre 2007

Alina cerca casa

Alina, quella che dice che noi usiamo pochi colori.

Oggi, con Francesca, abbiamo accompagnato in comune Alina che è alle prese con problemi abitativi.

Ci siamo incontrate in piazza. La prima cosa che mi ha detto appena ci siamo viste è stata “Mi deve abbracciare, mi piace tanto quando mi abbraccia”

L’ho abbracciata.

Il suo problema è questo: Abitava, appena arrivata in Italia, in una casa che il papà ha dovuto comprare quando la famiglia è arrivata dal Pakistan. Costretto dalle circostanze: non trovava nessuno che gliene affittasse una ed allora l’ha acquistata. Una vecchia casa fuori dal paese, una di quelle case che, probabilmente, il proprietario mai e poi mai avrebbe sognato di vendere.

Abitare lì senza una macchina, anzi senza più di una macchina, era impossibile, quindi l’hanno rivenduta e sono venuti ad abitare in un appartamento in centro, affittandolo da un connazionale. Due camere più cucina e bagno per una famiglia di sette persone al prezzo di quattrocento euro al mese, contratto in nero.

Ora il padrone ha bisogno della casa per il ricongiungimento alla sua famiglia e la reclama.

Non si deve agire con scorrettezza, la si deve liberare. Un codice d’onore pretende il rispetto delle regole compresa quella del subire l’affitto in nero. Ora la famiglia di Alina sta cercando una nuova soluzione.

Alina dice: Gli italiani non danno la loro casa in affitto agli stranieri. Uno di un’agenzia me l’ha detto “sulla faccia”: Non affittiamo agli stranieri!

Continuando a cercare, abbiamo trovato un’altra casa, più grande di quella dove abitiamo oggi. Il proprietario è un altro pakistano. L’affitto questa volta è di cinquecento euro, sempre in nero. Con un accordo in nero non possiamo avere i contributi comunali per il pagamento dell’affitto, non possiamo dichiarare il nostro domicilio, non siamo in regola per il rinnovo del permesso di soggiorno. Non siamo mai tranquilli e tutti i nostri pensieri tornano sempre qui.

Alina racconta tutte queste cose ad una funzionaria del comune che l’ascolta attenta con uno sguardo stanco, intelligente, buono.

Alina parla con calma, non cede a nessun tono di rabbia. E’ preoccupata, sfiduciata. Racconta ogni segmento della sua storia col timore di essere lei dalla parte del torto, ma senza colpa e senza via d’uscita.

La funzionaria ascolta sempre con attenzione e pessimismo. Mediterà anche lei sulle soluzioni possibili, non ci nasconde le difficoltà e ci invita a parlare con l’assessore.

Parliamo con l’assessore al quale raccontiamo prima di un progetto che ci sta tanto a cuore. Ci piacerebbe realizzare una sorta di cooperativa casalinga in cui le donne cuciono, riparano, creano coniugando mode, tessuti, cultura storie e storia.

E’ molto interessato al progetto e molto preoccupato per la situazione di Alina che capisce fino in fondo nella sua complessità e delicatezza: è una specie di domino e se si tocca una tessera rischiano di cadere tutte le altre e sembra non ci sia una via d’uscita.

Salutiamo l’assessore: Alina è sollevata dall’aver parlato francamente della sua situazione, si sente visibile e rassicurata anche se nessuna le ha promesso niente, sa che non è sola.

Francesca si avvia in bicicletta a recuperare le chiavi della macchina, Alina ed io ci avviamo a piedi.

Ci raccontiamo qualcosa a proposito dell’immigrazione, qualcosa nelle viscere, qualcosa che gli altri non vedono: L’altra faccia della luna, Il cratere del mondo.

Alina mi prende sottobraccio, guarda davanti a sé, parla con calma, con la sicurezza prudente di chi sa ciò che dice.

Camminiamo piano: Il problema più grosso per noi, molte volte, non sono gli italiani, ma gli altri pakistani, gli stranieri in genere: gli uomini con i baffi, anzi “i baffi che camminano”.

Ridiamo del nostro gergo: “I baffi che camminano” per noi sono gli uomini che pretendono di ricreare qui in Italia, dinamiche relazionali esistenti spesso in Pakistan, in Marocco…

Sono quelli che, nella mia mente, definisco “I feudatari minori”: quelli che hanno subito in patria l’esclusione da qualche potere e che cercano ora di ottenerlo qui in Italia, in isole pakistane sparse. Cercano un nuovo potere in un territorio pakistano, una specie di nuova patria in cui le vecchie regole possono avere nuove applicazioni e nuove oligarchie.

“I baffi che camminano”sono quelle persone che i pakistani emancipati, i giovani e le donne non amano e di cui hanno timore. Sono coloro che vorrebbero avere il controllo sulla comunità e per realizzare ciò, devono gestire bene un sistema di relazioni in cui paradossalmente i progetti di integrazione sembrano realizzarsi grazie a loro.

Qui nel territorio ci sono tanti baffi che camminano.

Il nostro paese è una realtà unica in Italia, forse in Europa.

C’è una delle più alte concentrazioni di immigrati pakistani. Addirittura alcuni pakistani vi si trasferiscono, pur lavorando altrove, perché l’idea di un “Little Pakistan” è un’attrattiva troppo forte, un richiamo alle origini al quale è difficile resistere.

Alina continua.

Voi italiani non sempre capite queste cose: ci vedete come un unico mondo con la stessa cultura, la stessa lingua, le stesse abitudini. Ed è così, anche se allo stesso tempo non è così.

Mia madre che vede bene tutti i problemi, che li riconosce, mi dice sempre che, nonostante tutto, non potrebbe vivere lontano da qui. Non sopporterebbe di perdere il Pakistan, che ha ritrovato qui. Preferisce vivere e combattere qui le contraddizioni, piuttosto che subire un altro doloroso sradicamento.

Alina è una giovane donna emancipata. E’ sposata, ma il marito vive ancora in Pakistan. Lei abita con la famiglia di cui è la figlia maggiore. Veste un po’ all’occidentale, un po’ all’orientale, a seconda del momento, come in realtà dovremmo essere tutti liberi di fare. Mi dà l’idea di una molla pronta ad allungarsi, ridursi, piegarsi, raddrizzarsi, senza mai perdere l’autonomia della propria essenza.

Dice ancora: Tutti mi mandano avanti, i miei connazionali, e anche altri immigrati. Da dietro, però, pretendono di controllarmi. Mi dicono: Se sei con loro, con le associazioni italiane, non puoi essere con noi. Ed io questo non lo trovo giusto. Ho voglia di dirlo, di urlarlo, perché non ho paura, ma poi so che fare così sarebbe inutile e controproducente. In certi momenti mi sembra che non esista niente e che niente abbia senso e a volte ho l’impressione che dietro certe cose che mi sembrano buone, ci sia sempre la voglia di mettersi in mostra.

Ha uno sguardo serio, lontano, poi torna il sorriso e mi racconta della nuova classe che sta frequentando quest’anno.

Congiungiamo il dorso delle nostre mani e le confrontiamo.

“Ha la pelle del colore della mia”.

“Veramente” preciso “la mia è un po’ più scura”

“Ho smesso da poco di darmi la crema schiarente sul corpo”

“Alina la cosa che mi ha colpito di più, quando sono stata in Marocco, è stata la pubblicità per la Nivea schiarente. Pensa che noi andiamo a rovinarci la pelle sotto le lampade”.

“Quando lo dico in Pakistan, non ci credono. Pensano che la pelle bianca sia per tutti più bella”.

Riprende a parlare della classe: In classe mia c’è un signore scuro di carnagione e mi hanno fatto uno scherzo dicendomi che era pakistano. Gli ho parlato in urdu perché ci ho creduto, lui mi ha lasciato parlare, ma poi mi ha detto che era italiano. Abbiamo riso, c’ero cascata. E’ una classe simpatica ed io sto bene. Qualcuno ha detto che poi andremo tutti insieme all’università.

Mentre racconta queste cose, vedo che gli “uomini con i baffi” si allontanano e lei è una ragazza del suo tempo che vive la sua vita con pienezza.

Marzo 2010

Alina non ha realizzato i suoi sogni. Gli “uomini coi baffi” sono riusciti a rispedirla in Pakistan.

Forse è felice ancor più che se fosse rimasta in Italia, ma lei aveva su di sé altri progetti che dovrà, per ora, dimenticare.


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