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Ferrara: biologia evolutiva, scoperti i segreti del DNA di un bovino di 11 mila anni fa

 Sequenziato il genoma mitocondriale di un bovino italiano di 11.000 anni fa

Pubblicato nella rivista BMC Evolutionary Biology

uno studio coordinato dall’Università di Ferrar e di Firenze 

E’ stato pubblicato nei giorni scorsi nella rivista BMC Evolutionary Biology uno studio coordinato dal Prof. Giorgio Bertorelle della Sezione di Biologia Evolutiva dell’Università di Ferrara e dal Prof. David Caramelli dell’Università di Firenze, che ha determinato la sequenza completa di DNA mitocondriale di un uro vissuto in Italia oltre 11.000 anni fa. L’uro è la specie, oggi estinta, progenitrice di tutte le razze bovine moderne.

“La nascita delle civiltà moderne -  spiega il Prof. Bertorelle - è stata accompagnata e in parte determinata dalla domesticazione di molte specie animali. Tra queste specie c'è l'uro, un bovino selvatico diffuso un tempo in tutta Europa, nord Africa e parte dell'Asia, dipinto dagli uomini paleolitici per esempio nelle grotte di Lascaux circa 16.000 anni fa (vedi Figura). L'uro era piuttosto grande (più grande dei bovini attuali), aggressivo, aveva le corna ricurve e il mantello tra il marrone e il nero nei maschi e rossastro nelle femmine. Il declino demografico dell'uro, causato soprattutto dall'intensa caccia da parte dell'uomo, iniziò probabilmente 2-3000 anni fa. L'ultimo uro mori in Polonia nel 1627. La domesticazione dell’uro iniziò all'incirca 10.000 anni fa, e avvenne attraverso la selezione di caratteristiche come la maggiore produzione di latte e di massa muscolare, e come la docilità. E' stato un processo di enorme importanza per le società umane, per la loro economia, per il loro modo di vivere, per lo sviluppo di relazioni sociali di tipo diverso”.

“La domesticazione dell'uro – specifica Bertorelle - ha sicuramente influito anche sull'evoluzione dell'uomo. Per esempio, è dimostrato che la diffusione in molte popolazioni umane di mutazioni sul DNA che permettono la digestione del lattosio anche in età adulta è avvenuta con un tipico processo darwiniano di selezione naturale dovuto al cambiamento di dieta. Capire la storia evolutiva della specie che forniva ai nostri antenati un’ottima preda di caccia, e i cui discendenti ritroviamo più semplicemente al supermercato e che ci forniscono un notevole apporto di proteine animali, capire cioè dove, quando, come e quante volte l'uomo ha modificato questa specie e allo stesso tempo ha modificato sé stesso, significa capire una parte molto importante della nostra storia. Ma può significare molto anche per impedire l'estinzione di razze domestiche importanti perché portatrici di geni ancestrali e per identificare i geni dei bovini che sono stati determinanti per il cambiamento dalla forma selvatica a quella domestica”.

Lo studio appena pubblicato è un passo importante verso una completa comprensione delle relazioni genetiche tra l’uro e i bovini moderni.

“Prima di tutto – prosegue il Prof. Bertorelle - permette di rimettere in discussione l’ipotesi secondo la quale tutte le razze moderne europee discendono da antenati addomesticati nel Vicino Oriente circa 10.000 anni fa e successivamente importati in Europa durante la diffusione dell’agricoltura e della pastorizia. Suggerisce invece che in Italia, ma probabilmente anche in altre aree sud europee, gli uri locali venivano non solo cacciati ma anche, nel Neolitico, addomesticati e/o incrociati con varietà domestiche “di importazione”. In altre parole, nei bovini moderni, soprattutto nel sud dell’Europa, ci potrebbero essere ancora le tracce genetiche dell’uro europeo. Lo studio indica poi che la diversità genetica era superiore nell’antenato paleolitico rispetto alle razze bovine attuali. Da un punto di vista pratico, questi risultati suggeriscono che si dovrebbe prestare particolare attenzione alle razze bovine locali, soprattutto nel Sud-Europa, perché in queste aree alcune razze potrebbero conservare componenti genetiche appartenute alla forma selvatica europea e non presenti in quella vicino-orientale, componenti che potrebbero rivelarsi importanti per il miglioramento genetico”. 


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