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Società: addio a Mario Monicelli

 La minestrina, l'arrosto e la bieta. Questo il vassoio della cena del lunedì. Chi lo ha ritirato è fra le ultime persone ad aver visto Mario Monicelli in vita. Dieci minuti alle venti del 29 novembre.

Novanta centimetri di parapetto, qualche minuto dopo, sono bastati a fare da leva al corpo smagrito e debolissimo del regista, perchè riuscisse a lanciarsi nel vuoto senza troppo sforzo, dal quinto piano del S. Giovanni di Roma.

Il Maestro del 'Marchese del grillo’ è andato via, dopo la terapia delle 20, quando si è trovato, come sempre, da solo. Sul suicidio, la Procura di Roma ha aperto una inchiesta.

Era l'ennesimo ricovero, dopo anni di cure per un cancro alla prostata, era arrivato domenica. Ma il reparto di Urologia 2, dove si trovava si blinda: «Per rispettare appieno la volontà della famiglia non rilasceremo alcuna dichiarazione», dicono sia il direttore generale Gianluigi Bracciale che il medico che seguiva da tempo il decorso del cancro, Gianluca D'Elia. 

La famiglia difende i sanitari: «L'ospedale San Giovanni ha aiutato mio marito nel suo ultimo anno di vita come forse mai nessun altro», dice Chiara Rapaccini. «Voglio dire soltanto che io, la moglie, e tutta la famiglia Monicelli, vogliamo ringraziare chi ha fatto la cosa più straordinaria ed ha aiutato Mario nell'ultimo anno: sono stati vigili, attenti e meravigliosi», aggiunge.

Alla stampa parla il nipote, Niccolò, figlio di uno dei fratelli del regista. È lui a spiegare che non ci saranno funerali, nè camera ardente «per Mario Monicelli». Lo chiama per nome e cognome, più di una volta, in segno di rispetto, mentre si commuove.

«Non è una tragica fine - replica a chi usa questa espressione - Ha vissuto fino in fondo: ha fatto quello che voleva, come voleva, e a differenza di altri, anche più volte nella vita». «Una persona semplice, normale, legato a tutte le persone. Di ricordi al Paese ne ha lasciati tanti, ricordatelo coi suoi film», aggiunge. Si sentiva solo e abbandonato? «Non so chi lo abbia detto e non ci interessa. Noi sappiamo come sono andate veramente le cose», risponde. 

In ospedale, però c'è chi non ha timore, nonostante i veti, di consegnare alla memoria degli altri l'immagine di Monicelli, 'pazientè. «Arrivò 5 anni fa, una barella fra le altre», dice Anna, tecnico radiologo.

«Un uomo asciutto, coraggioso, sempre solo». Un anno fa lo videro «con gli occhi assorti nel vuoto, si era spento». Non era più quello che aveva scherzato coi radiologi, interrogandoli: «Di chi è Marchese del Grillo? Non lo sai, e sei di Roma?».

Monicelli era però un uomo lucido. «Lo è stato di certo anche ieri. Ha fatto bene - secondo Anna - ha capito che mancava poco, e ha deciso lui».

Nato, il 15 maggio del
1915 a Viareggio, figlio del critico teatrale e giornalista Tommaso, dopo la laurea in storia e filosofia a Pisa, Mario Monicelli  esordisce nel cinema nel 1932 con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori, Cuore rivelatore. Padre, con colleghi come Dino Risi, Luigi Comencini e Steno, della commedia all'italiana, è stato regista di circa 66 film e autore di più di 80 sceneggiature. Fra i suoi grandi successi, Guardie e ladri (due premi a Cannes nel '51), nel pieno del suo sodalizio con Totò; I soliti ignoti (nomination all'Oscar), La Grande guerra (1959) trionfatore a Venezia con il Leone d'oro; L'armata Brancaleone (1965). Sono gli anni dell'amicizia con Risi, degli scontri con Antonioni, del controverso rapporto con Comencini, del trionfo della commedia all'italiana e dei 'colonnelli della risatà. Inventa Monica Vitti attrice comica in La ragazza con la pistola (1968); nel 1975 raccoglie l'ultima volontà di Pietro Germi che gli affida la realizzazione di Amici miei. Nel 1977 recupera la dimensione tragica con Un borghese piccolo piccolo. Seguono fra gli altri Speriamo che sia femmina (1985) e il feroce Parenti serpenti (1993) con cui dimostra di saper leggere le trasformazioni della società italiana con l'acume e la cattiveria di sempre. È del 2006 il tanto desiderato ritorno sul set di un film, rallentato da ritardi e difficoltà produttive, con Le rose del deserto, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d'Albania di Giancarlo Fusco.

(Leggo)


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