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Una Piccola Peste

Il racconto Una Piccola Peste, scritto da Manuela Costantini è stato vincitore del concorso letterario Risorse a piccoli Sorsi , organizzato dal sito letterario www.braviautori.it, di seguito il testo orginale dell'opera ed il montato con voce narrante.

  
UNA PICCOLA PESTE
 
una piccola peste - pianeta terra che ruota
 
 
  
“Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini.”
Dante Alighieri 
 
 
Cammino sulla strada sterrata che mi riporta a casa. Sento il sudore che mi cola sulla faccia, mischiato a una polverina fine. Ho tagliato legna fino a quando non ho più sentito le braccia e le gambe, fino a mettere in discussione il fatto di essere ancora vivo. Mi capita spesso: ogni volta che realizzo di non essere capace. E, ultimamente, mi capita sempre. Mi passo una mano in testa, c’è qualche truciolo incastrato tra i capelli.
Intravedo la mia casa in mezzo agli alberi e ai rovi che ho lasciato crescere intorno. Coltivo le more e tutte le altre piante che pensavo mi sarebbero servite per i miei esperimenti. Qualcuno, nel paese, sostiene che io dia da mangiare alle vipere, che le allevi per estrarne il veleno. Per preparare poi dei succulenti intrugli. Sono sempre stato considerato un personaggio, una di quelle persone un po' sopra le righe di cui non sai se aver paura o a cui devi sorridere con condiscendenza. E io lo so bene, me lo hanno sempre fatto sapere. Anche quelli del Laboratorio Mondiale delle Ricerche, che prima mi avevano chiesto insistentemente di trovare una soluzione, come se riponessero in me tutte le speranze del mondo e poi, siccome non ero riuscito a compiere il miracolo, avevano detto che avrei fatto meglio a prendermi un “periodo di riposo”. 
 
Entro in casa, poggio lo zaino sul tavolo ed esco di nuovo fuori, con una sigaretta accesa tra le dita. 
 
Il Laboratorio Mondiale mi aveva contattato dopo la “pioggia stellare”. Gli studiosi avevano isolato le schegge delle meteoriti cadute a Terra e avevano trovato, in ogni singola scheggia, l'uovo della pulce “Xenopsylla cheopis”, la stessa che, qualche secolo prima, aveva causato milioni e milioni di morti, diffondendo la peste tramite i topi. 
Nessuno era morto, stavolta, ma le schegge, cadendo, avevano fatto schiudere le uova rimaste chiuse lì dentro forse per milioni di anni e l'intero pianeta si era riempito di piccolissime bestiole devastanti. E da quel giorno, semplicemente, non c'era più stata una nuova vita. Nessun animale si era più riprodotto, nessuna donna aveva mai più partorito.
No, non era affatto una cosa “semplice”. 
Io avevo provato a capirne la causa e a trovare un rimedio ma non ce l'avevo fatta e avevo deluso tutti, sopratutto me stesso. E così, dopo tanto tempo consumato tra osservazioni, esperimenti, ricerche, ipotesi e relazioni, ero stato messo a riposo. 
 
Ora vivo in montagna, nella casa che era stata dei miei genitori: non avrei sopportato l'idea di invecchiare in un mondo vecchio e, anche se ho imparato che ci si abitua a qualunque cosa, non avrei sopportato l'idea di potermi abituare a vivere senza sentire la risata di un bambino. La pioggia stellare, ha reso tutto così definitivo; ha distrutto, in pochi secondi, la possibilità che la vita possa continuare. 
 
Ho portato con me provette, vetrini e una serie di strumenti che ho sistemato in una stanza della casa, ma ormai è tanto tempo che non entro più lì dentro. Se non per dare da mangiare a una coppia di topi che sono ancora qui, dopo i miei inutili tentativi. Anche se io ho rinunciato a tutto, hanno il diritto di invecchiare serenamente: non avevano nessuna colpa ai tempi della peste - del resto anche loro l'avevano subìta - e non hanno colpa neppure adesso se le mie provette sono “sterili”, come il resto del mondo. 
 
Guardo i rovi che crescono a caso, inerpicandosi dove hanno trovato posto, non si lamentano di non poter passare dove posto non c’è. Sono storti, irregolari, selvatici, a me sembrano perfetti. 
Rientro in casa e spengo la sigaretta nel posacenere di legno, pieno di bruciature nere. È ora di mangiare. A quest'ora la gente normale ha fame e prepara da mangiare e mangia. La gente normale. In un impeto di normalità, riempio una pentola d’acqua, la metto sul fornello e accendo il fuoco. 
Sento un rumore, una specie di tonfo su un tamburo rotto. Ho paura, troppa paura. Il rumore non è stato poi così forte. Ma, dal giorno della “pioggia”, ho smesso di guardare le stelle. Si potrebbero arrabbiare di nuovo e venire giù a milioni. Non troverei dove e come ripararmi. Non basterebbe un covo di vipere, quello che non ho, per fortuna, anche se la gente continua a crederlo. 
 
Verso il riso nell'acqua bollente, metto il sale. 
 
Sento ancora una volta quel rumore, proviene dalla stanza-laboratorio. Apro la porta: le provette sono tutte rovesciate e i liquidi si spandono sul ripiano del tavolo, formando arcobaleni densi. Pezzi di vetro e piccoli vortici di polvere e fogli sparpagliati a terra con i lati rosicchiati. Cerco di mettere a fuoco tutti i particolari fino a quando mi accorgo che, seminascosti dietro una gamba del tavolo, ci sono i due topi che mi guardano impietriti: sembrano terrorizzati, sembrano più che terrorizzati, come se in gioco non ci fosse la loro vita, ma quel per cui si vive; sono stretti in una posa che dà l'idea di un abbraccio disperato. Anch'io resto immobile. Un fruscìo fa cambiare la direzione del mio sguardo. 
 
E lo vedo. 
 
Un topolino, minuscolo, saltella da un punto all'altro della stanza, incurante del resto, come un bambino in un parco giochi tutto da scoprire. Impiego qualche secondo per fissarmi la scena negli occhi e spedirla al cervello e trasformarla in informazioni razionali e poi in dati di fatto. 
Scoppio in lacrime: singhiozzo, sussulto, sono attraversato da onde elettriche che mi scuotono dalla nuca alle caviglie e non riesco a calmarmi. 
Il topolino se ne accorge, si ferma di scatto, gira la testa verso di me e mi fissa con gli occhietti neri e piccoli come punte di spillo. E subito riprende i suoi saltelli. 
Chiudo la porta e torno di là. 
Le lacrime si riversano sul riso appena scolato. 
Poi sento, distintamente, un suono: è sincero, spontaneo e contagioso come può essere solo quello della risata di un bambino.
 
Scheda dell'Autrice :
 
MANUELA COSTANTINI
 
Nata a Giulianova nel 1970, dove vive e lavora.
Ama immensamente la sua bambina di undici anni e le sue più grandi passioni sono la lettura e la scrittura.
Ha iniziato a scrivere da ragazzina, riempiendo decine di agende che raccontano la sua adolescenza. Poi ha cominciato a studiare sul serio e a leggere, leggere, leggere. E adesso prova a scrivere “fuori” di sé, inventando storie e cercando di raccontare, alla sua maniera, il mondo che vive o che vorrebbe vivere o anche che vorrebbe proprio non esistesse.
Ha pubblicato alcuni racconti su antologie e quotidiani e ha vinto alcuni concorsi letterari sul web.
Sogna di pubblicare il romanzo a cui sta lavorando da qualche tempo.

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