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Omaggio al nonno sognatore

 OMAGGIO AD UN NONNO SOGNATORE

 Paesi della campagna ferrarese, più di sessant’anni fa.

Due sale cinematografiche, una a San Bartolomeo in Bosco, l’altra a San Martino, paesi distanti poco meno di 9 chilometri l’uno dall’altro.

 All’epoca, Dazio Bersanetti, classe 1908, proiezionista autodidatta, più per passione (oggi si direbbe per hobby) che per necessità, passava le domeniche pomeriggio a portare la “pizza” del primo tempo del film in cartellone, dal cinema di San Bartolomeo in Bosco al cinema del paese vicino, San Martino.

Il film era lo stesso, che andava in proiezione nel secondo cinema con poco più di un’ora di differenza dal primo, proprio per consentire l’arrivo della pellicola.

 Questa storia, arricchita di particolari ogni volta diversi, me la raccontava da piccola mia madre, tra dolci ricordi e un velo di melanconia, un po’ per gioco e un po’ per nostalgia di quel nonno creativo scomparso troppo presto.

 Mi raccontava le avventure del nonno come si raccontano le favole ai bambini.

Diceva che conosceva a memoria le battute e gli attori dei film più famosi del periodo, che passava la settimana nell’attesa di quel pomeriggio di festa, quando poteva finalmente sedersi dietro il proiettore e, seguendo il fascio di luce, guardarsi la storia che si dipanava sul telone bianco.

 Pur senza conoscenza alcuna delle tecniche cinematografiche, a forza di osservare, più e più volte, fino a farne parte, le scene che più lo affascinavano, imparava le variazioni di inquadrature, di giochi di ombre e di luci che andavano a modificare la scena e a far vivere i suoi sogni.

 E io stavo ad ascoltare, estasiata, rapita e coinvolta, questa storia che per me valeva più della favola più bella.

Mi raccontava che non c’era pioggia o vento a frenare il nonno: inforcava la sua bicicletta e via, per sentieri di campagna, con la “pizza” nella sporta.

Poi, qundò riuscì a comperarsi una delle prime moto Guzzi, arrivò persino a truccare la moto, per arrivare più velocemente al secondo cinema.

 Non so se mia madre lo raccontasse più per sè, per rivivere quei cari ricordi, o per me e mia sorella, che aspettavamo questo momento, il momento delle storie del nonno, in trepida attesa.

 Ma non era una storia inventata. Ricordo ancora i vecchi cartelloni di film che dormivano in cantina, e che ogni tanto io e mia sorella andavamo a prendere per giocare, poi buttati dai muratori durante una ristrutturazione, e altri ricordi tuttora tangibili: un articolo su un ritaglio del giornale locale, che ritrae il nonno in sella alla moto a pubblicizzare la sua piccola officina di impianti a metano per auto (credo sia stato il primo a presenziare personalmente nella propria pubblicità, antesignano di Giovanni Rana), i suoi brevetti, il vecchio proiettore d’epoca che però troneggia in casa da mio fratello.

E da piccola, quando qualche anziano si fermava a parlare con mia madre, ricordava il nonno come “il signore del cinema”.

 Questa favola che mi raccontava mia madre, però, non aveva un lieto fine: non era una favola per bambini, ma uno stralcio di vita vissuta.

 Con la chiusura dei cinema e l’apertura di una sala da ballo, insieme alla sua attività di proiezionista, finirono anche i sogni del nonno: riaprì gli occhi, e contuinuò il suo lavoro in officina.

 


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