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1986 : Eroi dimenticati

Il racconto 1986 Eroi dimenticati, scritto da Alessandro Cai è stato vincitore del concorso letterario Storie di Storia, organizzato dal sito letterario www.braviautori.it, di seguito il testo orginale dell'opera ed il montato con voce narrante.

1986. Eroi dimenticati

Dim lights   


Guardava la gigantesca nube nera innalzarsi dalla base della costruzione e crescere come un fungo marcio, infetto. Il mostro di ceneri e frammenti allungava i propri arti bombati e indecenti a colpire il cielo arancione, sofferente e tremante per le alte temperature che lo ferivano e lo facevano gemere con crepiti sinistri e trattenuti.

Lui non pensava.

A niente. Perché non c’era niente cui pensare, e ogni pensiero sarebbe stato superfluo, ridicolo. Ingiusto. Si poteva soltanto guardare. Pregare, forse. Ma, quella, non era roba per lui.

Figlio di puttana, disse alla bestia oscura e soffocante che voleva distruggere il cielo. Sei un grosso, terribile bastardo figlio di cane. Strinse i pugni e i suoi denti scricchiolarono l’uno contro l’altro. Muscoli tesi e disperati gli affiorarono alla base del collo. Perché non muori, cane?

Sapeva perché non moriva. Perché quello che doveva morire era lui, il

«… sergente Vorobjov!» lo chiamò di nuovo la voce.

Vorobjov non si voltò, non smise di guardare il Demonio negli occhi, perché sapeva che, se si fosse distratto, quel porco l’avrebbe sopraffatto e allora tutto il lavoro di quei tre giorni sarebbe stato inutile. Vide un piccolo insetto olivastro ronzare rabbioso a lato di Satana, a una quota di una cinquantina di piedi. Trasportava un grosso contenitore metallico in cui era contenuta una miscela di silice, sabbia e boro, che avrebbe dovuto spegnere l’incendio e placare la fame della Creatura. Avrebbe.

Da giorni, una quantità di insetti metallici di produzione russa ronzavano attorno a un incendio che sembrava indomabile, furioso. Eterno. Da giorni, lui e i suoi compagni lottavano contro un…

«…sergente Vorobjov, il boss mi ha chiamato di nuovo», continuò la voce alle sue spalle.

Senza distogliere gli occhi dalla nube, sentì un sibilo piatto e arrochito, che poi si accorse provenire dalla propria bocca, chiedere:«Cosa gli hai detto, Chrystyč.»

«Bè…», Vorobjov avvertì un sorriso trattenuto nelle parole del compagno. «Mi ha ordinato ancora che dobbiamo fare il cambio turno. Ha detto che ci arresta, se non lo rispettiamo...» sentì che Chrystyč si schiariva la voce, forse per soffocare una risata. «Io… bè io gli ho detto che l’ordine può metterselo in mezzo alle natiche.»

Vorobjov si voltò verso il ragazzo. Nonostante il soldato Chrystyč  fosse stanco morto, era paonazzo in viso e i suoi occhi brillavano. Nel vederlo così, non poté trattenere uno sbuffo, parodia della propria squillante risata di un secolo prima. Il ragazzo, come in attesa di quel segnale, gettò all’ indietro la testa e fece esplodere un tuono dai polmoni così potente da coprire per un attimo i rotori degli elicotteri sopra le loro teste. Poi, diede le spalle al sergente e si incamminò verso il Kamov che li attendeva sornione poco distante, coi motori accesi.

Vorobjov lo guardò allontanarsi nella spessa coltre di polveri, ceneri e

(radiazioni)

sostanze tossiche. Forse, Chrystyč era giovane e forte abbastanza da sopravvivere. Le sue vie aeree erano ancora vigorose, e di emorragie non ne aveva avute. Era un bravo ragazzo, si sarebbe meritato di vivere. Quando gli aveva proposto di non effettuare il cambio turno con le altre squadre, per evitare che anche altri soccorritori rimanessero contaminati, non aveva neanche abbassato lo sguardo. Aveva invece sorriso, di quel suo sorriso splendido e vivo che gli ricordava tanto…

Tossì. Sospirò. Il diaframma si contrasse di nuovo. Sputò sangue.

Estrasse, tremante, una fotografia in bianco e nero dal taschino della mimetica, un piccolo rettangolo sgualcito ai bordi e un po’ stropicciato. La piccola Miliya. Come somigliava alla madre, in quella foto. Sarebbe diventata bella quanto lei, forse di più. Quando cominciò a pensare che non avrebbe mai più potuto vederla, che non l’avrebbe mai sentita dire papà, che non l’avrebbe mai più potuta guardare dormire nel suo lettino con le coperte rosa con le api, strinse il pezzo di carta plastificata nel pugno e lo fece cadere a terra, nella sabbia nera, malata. Morta.

Camminando piano verso l’elicottero, si lasciava alle spalle il suo passato. Ogni passo era una martellata ai chiodi che bloccavano le porte del suo futuro, una putrida colata di cemento e mattoni sulla botola che conduceva alla felicità del suo avvenire pieno di abbracci e carezze e risate. E Miliya.

Quando il Kamov decollò, instabile e lento come sollevato dalla mano di un burattinaio inesperto, guardò attraverso le lacrime la Peste Nera salutarlo trionfante, mentre si ergeva dalle ceneri del reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl, deridendo lui e i suoi compagni che non avevano più né una storia, né un libro su cui scriverla.

 

Nota dell’autore.

I soccorritori russi impegnati nelle prime operazioni di soccorso non furono avvisati del rischio che correvano per l’esposizione alle radiazioni. Se ne accorsero pochi giorni dopo, a loro spese.

Si ricordano le vittime dell'elicottero precipitato durante una manovra per domare l’incendio del reattore. L’equipaggio era composto da quattro giovani piloti: Volodymyr Kostjantynovyč Vorobjov, Oleksandr Jevhenovič Junhkind, Leonid Ivanonovyč Chrystyč e Mykola Oleksandrovič Hanžuk.


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